FELLINI 100
SE LEGGETE SOLO UNA COSA PER IL CENTENARIO DI
FELLINI, FATE CHE SIA LA STREPITOSA INTERVISTA DI ORIANA FALLACI:
''ALLORA FACCIAMOCI CORAGGIO, SIGNOR FELLINI, E PARLIAMO DI FEDERICO
FELLINI: TANTO PER CAMBIARE. LE COSTA FATICA, LO SO: LEI È COSÌ SCHIVO,
COSÌ SEGRETO, COSÌ MODESTO. NEMMENO SU GIUSEPPE VERDI S’È SCRITTO TANTO.
EH, SÌ: A PENSARCI BENE LEI È IL GIUSEPPE VERDI DELL’ITALIA D’OGGI. VI
ASSOMIGLIATE PERFINO: NEL CAPPELLO'' - GLI ANEDDOTI DI NEW YORK, LA
DONNA DEL GANGSTER, I PIANTI AL PLAZA, I SOLDI, GIULIETTA…
oriana fallaci
L'INTERVISTA DI ORIANA FALLACI A FEDERICO FELLINI
Tratta
da ''Gli Antipatici'' di Oriana Fallaci, Oscar Mondadori, Milano 1963 e
pubblicato oggi da Giorgio Dell'Arti nella sua rassegna stampa
''Anteprima'', disponibile su http://anteprima.news
Conosco Fellini da molti anni, ad esser precisa da quando lo incontrai a New York per la prima americana del suo film Le notti di Cabiria e
diventammo un po’ amici infatti andavamo spesso a mangiare le bistecche
da Jack’s o le caldarroste in Times Square dove si poteva anche sparare
al tirassegno. A volte, poi, capitava nell’appartamento che dividevo in
Greenwich Village con una ragazza di nome Priscilla per chiedermi un
caffellatte: il caffellatte alleviando, non ho mai capito perché, le
nostalgie della patria e la lontananza della moglie Giulietta.
ORIANA FALLACI
Entrava
massaggiandosi affranto un ginocchio, «Quando son triste mi fa sempre
male il ginocchio: Giulietta! Voglio Giulietta!» e Priscilla correva a
vederlo come io sarei corsa per veder Greta Garbo. Inutile dire che, a
quel tempo, Fellini non aveva nulla di Greta Garbo, non era il monumento
ch’è oggi.
ORIANA FALLACI
Mi
chiamava Pallina, si faceva chiamare Pallino, in certi casi Pallone, si
abbandonava a stravaganze innocenti come piangere al bar del Plaza
Hotel perché il critico del New York Times aveva scritto male di lui, o
passare da prode. Frequentava infatti la bionda di un gangster e questi
gli telefonava ogni giorno all’albergo dicendo «I will kill you», ti
ammazzerò. Lui non sapeva l’inglese e rispondeva «Very well, very well»:
alimentando la fama di prode. La fama durò fino a quando io non gli
spiegai che «I will kill you» vuol dire «Ti ammazzo». Mezz’ora dopo la
spiegazione, Fellini era sopra un aereo e viaggiava alla volta di Roma.
fellini masina
Faceva
anche altre cose come girare la notte in Wall Street, esaminare con
l’aria di un ladro le banche, indurre al sospetto i poliziotti più
sospettosi del mondo che finalmente gli chiesero i documenti, lo
arrestarono perché non li aveva, e lo chiusero fino alle sei del mattino
in una cella dove rimase a gridare l’unica frase che conoscesse in
inglese: «I am Federico Fellini, famous Italian director».
Alle sei del mattino un poliziotto italoamericano che aveva visto non so quante volte La strada lo udì: "Se sei davvero Fellini, esci fuori e fischia il motivo de La strada".
Fellini uscì fuori e con un filo di voce, lui che non distingue una
marcia da un minuetto, fischiò tutta la colonna sonora del film. Un
trionfo. Con affettuosi pugni allo stomaco che lo indussero a bere
brodini per almeno due settimane, i poliziotti gli chiesero scusa, lo
riaccompagnarono in albergo scortandolo con motociclette ed auto
blindate, lo salutarono con uno strombettare di clacson che si udì fino
ad Harlem. A quel tempo Fellini era proprio simpatico.
luchino visconti federico fellini
Quando
lo avvicinai per questa intervista lo era un po’ meno sebbene mi
salutasse, com’è sua abitudine, sollevandomi in un ardentissimo
abbraccio, palpandomi dal collo ai ginocchi, giurando che se non fosse
stato sposato a Giulietta avrebbe sposato subito me. «A proposito,
perché non ci amammo a New York? Ah, quanto fosti cattiva a negarti!». E
fingeva di scordare, s’intende, che nemmeno una volta durante le nostre
scorribande a New York m’era giunto da lui un romantico cenno, una
adulterina proposta che ci distraesse dai reciproci flirt.
FELLINI SANDRA MILO
Aveva girato La dolce vita, un film per cui lo paragonavano a Shakespeare, stava per presentare Otto e mezzo, un film di cui si parlava senza averlo visto come della Divina Commedia,
e pur non confessandolo era conscio della gloria che lo illuminava: il
suo volto aveva un piglio quasi mussolinesco, i suoi occhi eran gravi,
si capiva che non avrei più potuto chiamarlo Pallino o Pallone. Del
resto, esauriti gli abbracci, me lo fece capir quasi subito. M’aveva
ricevuto, disse, solo perché io ero io; aveva pochissimo tempo e l’unico
modo di far l’intervista era farla mangiando. M’invitava per questo nel
ristorante dove in quel momento entravamo.
federico fellini
Tentai
di distoglierlo da un così orrendo progetto. Il magnetofono funzionava
elettricamente, la presa di corrente non c’era, se c’era non era vicino
alla tavola: non servì a niente. O al ristorante mentre mangiavamo o in
nessun altro luogo e mai più. Cercai dunque una tavola accanto a una
presa di corrente, sistemai il magnetofono fra i piatti e i bicchieri,
il vassoio degli antipasti, cominciai l’intervista che subito interrotta
da innumerevoli telefonate proseguì con la lievità di uno zoppo che
corre; tra un rumore di forchette, bottiglie, masticazioni volgari.
ORIANA FALLACI
Riascoltandola
risultavano frasi come la seguente «Con questo film ho inteso
narrare... tu vuoi il prosciutto o il salame? Io piglio il salame.
Quelli che parlano di dialettica metafisica... no, le pastasciutte non
le voglio, fanno ingrassare. Una bistecca senza sale, ecco quello che
prendo... è così stupido chiudere gli occhi al mistero... crack! din
din..., il silenzio che ti circonda e diventa chiarore... le patatine!
Perché non mangi le patatine?» Nessun dubbio che bisognava ripeterla. E
sospirando, gemendo, Fellini rispose d’accordo: poiché io ero io sarebbe
venuto l’indomani alle dieci al mio albergo. «Ma in albergo non stiamo
tranquilli, Federico». «Lo saremo. Salirò in camera tua».
ORIANA FALLACI
La
mia camera all’Excelsior non era grandissima e un letto a due piazze la
riempiva fino a sfiorar le pareti. Conoscendo la seduzione che i letti
esercitano su Federico Fellini, per addormentarvicisi è chiaro, chiesi
al manager un appartamento con salotto: «Aspetto Fellini». «Fellini,
signorina Fallaci? Oh! Ma certo! Ma sì». E mi dettero l’appartamento
dove avevano abitato lo scià di Persia e Soraya: con un salotto che era
piuttosto un salone da ballo. Qui mi trasferii, con violentissima spesa,
e alle nove e mezzo del mattino seguente ero già pronta a riceverlo:
con le sigarette su un tavolo, i fiori su un altro tavolo, un cameriere
pronto a portarci il caffè: «Al signor Fellini piace forte e caldo, mi
raccomando».
federico fellini
Sembravo
un seduttore che aspetta la sua nuova vittima per rivelarle le
meraviglie del sesso, non mancava che un poco di musica. Ma le dieci
vennero e di Fellini nemmeno la traccia. Vennero anche le undici e poi
mezzogiorno, l’una, le due, ma di Fellini neanche la voce. Il telefono
suonò che eran le tre e mezzo passate ed io inghiottivo insieme alla
mortificazione un tè coi biscotti. «Tesorino, amorino, Orianina,
bambina, è da stamani che chiamo per dirti che sono in ritardo. Ma dove
sei, dove vai, perché non stai mai in albergo. Be’, ti perdono, e alle
cinque sono da te: non un minuto più tardi».
Deposi
convinta il ricevitore: era un bugiardo ma sarebbe venuto. Scesi a
prendere aria. «E Fellini?» chiese con un indefinibile sorriso il
portiere. «Sarà qui alle cinque» risposi spavalda. Ma le cinque giunsero
e Fellini non venne. Non venne neppure alle sei, neppure alle sette,
neppure alle otto, e mentre il buio calava sul salone dove aveva abitato
Reza Pahlevi, sulla mia attesa delusa, sul mio prestigio schiacciato,
sull’impazienza sempre più irritante del mio direttore che da Milano
chiamava dicendo allora a che punto siamo, allora è venuto?, suonò
liberatore il telefono.
«Tesorino,
amorino, Orianina, bambina...» Una complicazione imprevista gli aveva
impedito, materialmente impedito, di venire da me. Ne era addolorato,
confuso, ma lo sapevo che era un uomo con mille impegni. A chiunque
altro avrebbe detto non posso, era già molto che non si negasse e
rimandasse l’impegno. Comunque mi avrebbe visto quella sera stessa alle
undici alla proiezione privata del film in via Margutta. «Guarda,
Federico, che sono in ritardo, un ritardo di almeno due giorni, il
direttore è arrabbiato, le pagine aperte, guarda Federico...» «Ah! Come
osi dubitare di me? Come puoi pensar che non vengo?!? È offensivo,
malvagio...»
Eccomi
dunque, alle undici di sera, che col mio magnetofono aspetto su un
portone di via Margutta Federico Fellini, famous Italian director. So
che alle undici non verrà: ma lo aspetto. So che non verrà neppure a
mezzanotte: ma lo aspetto.
federico fellini e giulietta masina
So
che non verrà nemmeno all’una: ma lo aspetto. Il film, in sala di
proiezione, è incominciato da un’ora, da un’ora e mezzo, da due, da due e
mezzo, è finito, la gente esce, si ferma al rinfresco, è finito anche
il rinfresco, la gente va via, qualcuno chiude il portone, io mi sposto
sul marciapiede, continuo ad aspettare, con gli occhi che mi si
chiudono, le gambe che mi si piegano, i teddy boy che mi molestano,
continuo ad aspettare: finché passa un tassì e ci salgo. È ormai l’una e
mezzo del mattino, rientrando dico al portiere di prenotarmi il primo
aereo per Milano. In camera, cado sfinita sul letto.
Mi
addormento di colpo. Mi risveglio col suono del telefono e una
melliflua voce che canta: «Tesorino, amorino, Orianina, bambina, ma
perché non sei venuta?!» «Perché parto» rispondo. «Dovevo far le valige:
il mio aereo parte domattina alle otto».
«Ma
è il mio aereo! Anch’io parto alle otto! Non è straordinario?
Comodissimo? Parleremo in aereo». Inutile dire che perse l’aereo. Oh, il
biglietto l’aveva, e anche la prenotazione. Quel volo era il suo, a
Milano lo aspettavano cronisti e fotografi, perché non lo perdesse il
suo produttore gli aveva mandato la Cadillac con l’autista. Ma perse
l’aereo lo stesso. E quando esso giunse a Linate, i fotografi corsero
alla scaletta, sulla scaletta c’ero io che scendevo e due americani
dell’Oklahoma, quattro francesi di Nimes, due industriali lombardi di
Concimi Chimici e Affini. Fellini giunse a mezzogiorno col mio benvenuto
rilasciato a un amico: che andasse all’inferno, e ci restasse. Ammesso
che anche all’inferno non fosse sgradito.
Italiani
e cinesi, norvegesi e cileni, messicani e francesi, indiani e
groenlandesi, popoli tutti della terra, ricordate. Non si manda
all’inferno Federico Fellini sennò Federico Fellini si arrabbia, si
arrabbia come una bestia e vi telefona insultando il babbo, la mamma, la
zia, la nonna, i cognati, i nipoti, i cugini, e vi ricorda che lui è un
grande regista, un artista, un grandissimo artista, e in virtù di
questo può mancare a tutti gli appuntamenti che vuole, perdere tutti gli
aerei che vuole, anzi gli aerei farebbero bene ad aspettarlo perché
Federico Fellini si aspetta, ciascuno di noi è nato per aspettare
Federico Fellini eccetera eccetera, amen.
Ero
al giornale quando telefonò e gridava tanto che tutti lo udirono mentre
mi ricordava che Federico Fellini è un grande regista, un artista, un
grandissimo artista, tirando fuori una voce che avrebbe fatto morir di
spavento il gangster che aveva fatto morir lui di spavento, insultandomi
a morte mentre immaginavo il suo piglio mussolinesco, la sua saliva che
copriva come rugiada il telefono, il suo faccione sudato d’ira ed
orrore per la blasfemia che avevo osato commettere. Tentai di girare con
garbo gli insulti, di spiegargli quel che pensavo in quel momento di
lui. Non mi udì, non mi udiva. E mentre tutti ridevano commentandone gli
urli, dolcemente deposi il ricevitore.
FEDERICO FELLINI E SERGIO LEONE
Cominciò
allora una crisi: giacché non è cattivo, lo giuro. Gli è andata male ad
andar così bene, ecco tutto: nemmeno sant’Antonio resisterebbe alla
sciagura di tanta fortuna, e ciò sveglia la violenza emiliana che cova
sotto quell’aria di pacifico gatto. Però dopo gli dispiace moltissimo,
fino alle lacrime, è capace di chiamar cento persone per dirvi che il
suo cuore è straziato, che vi vuol bene come a Giulietta, che vi ha
sempre voluto un gran bene, che ve ne vorrà finché resta al mondo
eccetera eccetera, amen.
Finché,
come un ipnotizzato o un sonnambulo, vi trovate a salire sulla Cadillac
che vi ha inviato per andare da lui, a percorrer la strada pensando che
la colpa è vostra e non sua, a entrare in ascensore dicendovi come farà
a perdonarmi, infine ad aprire la porta della sua stanza d’albergo col
volto di Giuda che ha venduto Gesù. Qui trovarlo disteso come Ibn Saud
sopra un letto, beato, ronfante, che dice con la sua vocetta melliflua
«Tesorino, amorino, Orianina, bambina...», poi essere stretti in un
abbraccio sinistro e ascoltarlo durante una ancor più sinistra serata.
giulio andreotti federico fellini
L’intervista
che segue Fellini volle rileggerla e la rilesse tre volte: ogni volta
apportando alle sue risposte correzioni diverse, opinioni nuove,
pentimenti improvvisi. È l’intervista meno genuina di tutta la serie,
non una frase di essa è stata scritta senza pensarci e ripensarci. Il
Codice napoleonico e la Costituzione americana costarono certo meno
fatica di questo documento prezioso. Io gli volevo bene davvero a
Federico Fellini. Dopo quel tragico incontro gliene voglio assai meno,
ho anche smesso di dargli del tu. Lui può anche negarlo. Ma, come dice
Jeanne Moreau un po’ più in là, egli è un tale bugiardo che la menzogna
diventa alla sua buona fede verità sacrosanta.
federico fellini
ORIANA FALLACI. Allora
facciamoci coraggio, signor Fellini, e parliamo di Federico Fellini:
tanto per cambiare. Le costa fatica, lo so: lei è così schivo, così
segreto, così modesto. Ma parlarne è nostro dovere: anche di fronte al
paese. Ancora un poco e la storia della sua vita, il significato della
sua arte diventeranno materia di insegnamento in tutte le scuole della
repubblica: come la matematica, la geografia, la religione. I libri di
testo, non esistono già? Federico Fellini, Storia di Federico Fellini, Il mistero di Fellini... Nemmeno
su Giuseppe Verdi s’è scritto tanto. Eh, sì: a pensarci bene lei è il
Giuseppe Verdi dell’Italia d’oggi. Vi assomigliate perfino: nel
cappello. No, la prego: perché nasconde il cappello? Giuseppe Verdi lo
portava proprio così: nero, a tese larghe...
FEDERICO FELLINI. Disgraziata. Screanzata. Ballista. Maleducata.
Perché?
Anche Verdi era bravo, sa? Per la prima delle sue opere accadeva
esattamente quello che accade per le prime dei suoi film. Io credo che
solo per La Traviata gli italiani abbiano fatto il fracasso che hanno fatto per il suo Otto e mezzo: con le poltrone prenotate da mesi, le signore con l’abito nuovo, i critici che intrecciano corone di alloro...
federico fellini
«Già. Come se Lo Sceicco Bianco non fosse stato un insuccesso clamoroso, e Il bidone non fosse stato accolto con freddezza glaciale, e La strada non avesse ricevuto sghignazzate e insolenze. E La dolce vita? Cosa credi, ragazzi’, che abbia avuto solo lusinghe ed elogi?»
Oddio!
A Milano volò uno sputacchio. A Roma venne la Celere. Ma anche a Verdi
gettavano ogni tanto verdura e uova fresche. Signor Fellini! Non sarà
mica preoccupato? Mi scusi, sa: ma a vederlo così placidamente disteso
sul letto, con la sua aria da gatto soriano, mi sembrava tanto
tranquillo...
federico fellini disegni
«Son
tranquillissimo. Dopotutto ho fatto quel che avevo in testa di fare:
riesco a non preoccuparmi troppo che il film possa piacere o no.
L’attesa non mi lascia indifferente, è ovvio. Ma non mi emoziona nel
senso che puoi credere tu: l’ansia e la trepidazione che provo sono le
stesse di quando feci il primo film. Voglio dire che i successi
precedenti non mi danno l’affanno di pensare: aiuto, ora pretendono da
me il triplo salto mortale. Non è presunzione se ti dico che l’unica
inquietudine può venirmi dal timore che il film sia equivocato: non
certo dall’idea che la gente si aspetti da me più di quanto io possa
dare. Perché dovrei preoccuparmi di non deludere quei tipi che mi
guardano come una soubrette che ogni volta deve salire un gradino più
alto ed esibire altre piume?».
Signor
Fellini, guardiamoci negli occhi: per uno cui non importa un bel niente
lei ha fatto abbastanza rumore. Tutto quel mistero sulla trama perché
la gente morisse di curiosità, quel fare a nascondino coi giornalisti,
quel tacere perfino agli attori la parte che stavano recitando, insomma
quella segretezza che era diventata come gli occhiali di Greta Garbo...
«Ah
sì? Ognuno paga lo scotto dell’ambiente in cui vive: è il cinematografo
che traduce tutto in forme volgari. Tesorino mio: sono abbastanza abile
da inventare storie e se avessi voluto ricorrere ad accorgimenti
pubblicitari... Se non ne parlavo era perché non sapevo che dirne:
nemmeno oggi so cosa dirne. Non è un film di cui si possa raccontare la
trama. Quando mi chiedono la trama io mi stringo nelle spalle e rispondo
ecco, fai conto che una sera incontri un amico in vena di confidenze e
questo amico ti narra sgangheratamente, disordinatamente, quello che fa,
quello che sogna, i suoi ricordi d’infanzia, i suoi disordini
sentimentali, le sue incertezze professionali, e tu lo stai a sentire, e
alla fine hai ascoltato una creatura umana, e forse viene voglia anche a
te di cominciare a raccontare qualcosa... Capito? È una chiacchierata
confusa, caotica, una confessione fatta con abbandono, a volte perfino
insopportabile...
FELLINI E PASOLINI
Sì, in fondo c’è qualcosa di proustiano. Proust tradotto in cinema puro.
«Proust?
Mah! Io sono molto ignorante... Che vergogna, eh? Una sana, vasta,
solida, coriacea ignoranza. Non so nulla di nulla. E il discorso non
vale solo pei libri. Vale anche pei film».
Lo so, lo so. Lei non va a vedere che i film di Federico Fellini. Quelli degli altri mai, vero?
fellini la dolce vita
«È
così vero che ho il coraggio di dirlo. Non riesco a organizzarmi per il
rituale che esige lo spettacolo uscire di casa, salire in macchina,
sedersi fra tante persone, star lì a farsi solleticare da emozioni
collettive. Se esco di casa per andare al cinema o a teatro, stai sicura
che durante il tragitto vedo qualcosa che mi interessa di più. Se poi
vedo il film di un altro e mi accorgo che quest’altro ha realizzato una
cosa che volevo realizzare io... ci resto male. Certo ho visto i film di
Charlot: che artista favoloso. Ma per i quarantenni come me Charlot
appartiene alla mitologia della nostra vita: il babbo, la mamma, la
maestra, il prete, Charlot. Charlot... l’ho incontrato una volta a
Parigi. Aveva visto La strada: mi fece, credo, complimenti a
mezza voce. Mi parve piccolissimo, con due manine piccine piccine.
Parlava un francese che non capivo, lui non capiva il mio inglese: mi
sentivo a disagio, in soggezione...»
Lasciamo stare Charlot: siamo qui per Fellini. Il protagonista di Otto e mezzo...
FEDERICO FELLINI A DIECI ANNI (A DESTRA)
«L’hai visto? T’è piaciuto?»
Certo
che m’è piaciuto. Che film triste, però. Tutti quei vecchi, tutti quei
preti, quell’aria di disfacimento e di morte... Sono morti anche i vivi,
in quel film.
«Ma allora hai capito
poco, non è un film triste. È un film dolce, aurorale. Malinconico,
semmai. Però la malinconia è uno stato d’animo nobilissimo: il più
nutriente e il più fertile...»
Se le fa piacere: diciamo pure che ho capito poco.
«Tesorino, hai fame? Hai sete? Vuoi sdraiarti un po’?»
FEDERICO FELLINI A VENTI ANNI
Non
ho fame, non ho sete, e non voglio sdraiarmi per niente. Mi lasci
continuare, la prego. Dunque dicevo: il protagonista del film ha
quarantatré anni, è un regista, ed è Federico Fellini. Anche se lei lo
ha chiamato Guido Anselmi...
«Davvero non hai bisogno di nulla? Un caffè...»
Non
ho bisogno di nulla. Per favore, signor Fellini: lasci stare il mio
magnetofono. Se continua a toccarlo, lo rompe. Perché vuole romperlo?
Tanto lo sappiamo tutti, ormai, che il suo film è autobiografico:
sfacciatamente, indiscutibilmente autobiografico. Perfino il cappello di
Guido Anselmi è identico al suo. Perfino il modo di buttarsi il
cappotto sulle spalle, di camminare, di sorridere. Lasci stare il mio
magnetofono. Perfino...
«Ma
quello è un regista fallito, che sta fallendo. Oh, bimba!? Ti sembro un
regista fallito, io? Guido Anselmi ha quarantatré anni come me, va
bene, ma potrebbe averne quarantuno o quarantasette o trentacinque come
quell’altro grande regista. “Nel mezzo del cammin di nostra vita / mi
ritrovai in una selva oscura / ché la diritta via era smarrita”. È un
uomo perduto in una boscaglia intricata e buia...
...
perfino nella stessa capacità di dire bugie. «Menti come respiri», gli
dice sua moglie. Oddio: non che a somigliargli lei faccia una gran bella
figura. Il ritrattino è spietato: «Pulcinella ipocrita e vigliacco».
«Debole, abulico e mistificatore». «Presuntuoso, incerto e imbroglione».
«Un tipo che non vuol bene a nessuno». E, per finire, quella ammissione
terribile: «Non ho proprio nulla da dire ma lo dico lo stesso».
federico fellini 7
«E
va bene. E con questo? Con questo non si può certo dire che il film sia
autobiografico: in senso spicciolo. E se anche lo fosse? Non voglio
fornire allo spettatore una interpretazione in chiave aneddotica,
biografica. In chiave biografica il film diventerebbe solo una inutile,
fastidiosa esibizione narcisistica.
Magari lo è. Una splendida, impudica chiacchierata narcisistica.
«Mi
dispiace, ma non credo che sia così. È la storia di un uomo come ce ne
sono tanti: la storia di un uomo giunto a un punto di ristagno, a un
ingorgo totale che lo strozza. Io spero che dopo i primi cento metri lo
spettatore dimentichi che Guido è un regista, cioè un tipo che fa un
mestiere insolito, e riconosca in Guido le proprie paure, i propri
dubbi, le proprie canagliate, viltà, ambiguità, ipocrisie: tutte cose
che sono uguali in un regista come in un avvocato padre di famiglia».
federico fellini 6
Senta,
signor Fellini: l’avvocato padre di famiglia potrà anche riconoscersi
in Guido, però resta il fatto che Guido è Fellini. Ma via: sembra un
atto testamentario, quel film, un tirare le somme. A parte il fatto che
tirare le somme della propria vita a quarantatré anni mi sembra un po’
esagerato.
«Perché?
Meglio tirarle presto che tirarle tardi: quando non c’è più tempo di
cambiar nulla. Quarantatré anni non sono un’età precoce per tirare le
somme della propria vita. Proprio per questo il film mi ha fatto un gran
bene: mi sento come liberato, ora, con una gran voglia di lavorare. È
un film testamentario, hai ragione, eppure non mi ha svuotato. Al
contrario, mi ha arricchito: fosse per me, ricomincerei a farne un altro
domattina. Davvero. E certo se mi dicono che bravo Fellini, che
ingegno, mi fa un gran piacere: ma non sono i complimenti che cerco con Otto e mezzo.
Vorrei... vorrei che questo senso liberatorio si trasmettesse a chi lo
va a vedere, che dopo averlo visto la gente si sentisse più libera,
avesse il presentimento di qualche cosa di gioioso...».
federico fellini 4
Oddio,
signor Fellini: non mi venga a dire che a lei importa della gente che
va a vedere il suo film. Se c’è un uomo che se ne frega del prossimo e
non ha spiriti evangelici, questo è proprio lei. Lasciamo perdere, per
carità, e prendiamo atto dell’importante ammissione: le somme che tira
in Otto e mezzo sono quelle della sua vita e non di un personaggio fantastico.
«Uffa,
che noiosina. Ma cosa vuoi che ti dica? Tante cose... si capisce... son
vere. Quello che è successo nel film è successo un po’ a me... a un
certo punto non sapevo più cosa fare, non mi ricordavo più niente.
Lavoravo con Flajano, Pinelli, Rondi, senza convinzione. Avevo
l’episodio della Saraghina, quello del cardinale, ma erano cose
staccate, che nuotavano nel vuoto: e non mi ricordavo più niente,
davvero. Quelli della produzione stavano lì, mi guardavano con occhi
imploranti, sospettosi, e io avevo una gran voglia di dire al produttore
lasciamo perdere, non facciamolo più questo film. Poi m’è sembrato che
questo smarrimento fosse un invito, l’aiuto di un collaboratore
invisibile che mi diceva racconta la verità, racconta questo. E così m’è
venuta l’idea di fare un film su un regista che vuol fare un film e non
se lo ricorda più.
federico fellini 1
Sì,
Guido Anselmi non fa che vivere ciò che ho vissuto in parte anch’io in
questo film. E la conclusione, se conclusione si può chiamare, è questa:
non bisogna accanirsi nel capire ma tentar di sentire, con abbandono.
Bisogna accettare se stessi: io sono questo e sono contento di essere
questo. Voglio smetterla di costruire miti sopra di me, voglio vedermi
come sono: bugiardo, incoerente, ipocrita, vile... Voglio piantarla di
problematizzare la vita, voglio mettermi in condizioni di amarla, di
saper amare tutto. Parlo sempre di Guido, s’intende... E insomma lo dice
anche sant’Agostino: “Ama e fai quello che vuoi”. Be’, non dice proprio
così ma quasi...»
federico fellini 12
Per uno che non ha letto nulla, mica male la citazione di sant’Agostino.
«È
che ogni tanto mi capita di entrare in libreria, di aprire un libro e
di buttare gli occhi sopra una pagina che dice una cosa così. Poi,
magari quella cosa così non la capisco neanche, subito...»
Bugiardo.
Mi dica piuttosto come mai non ha più scelto Laurence Olivier per il
ruolo di Federico, pardon, di Guido. Sarebbe stato perfetto.
«Laurence
Olivier... Un inglese, un baronetto, un grandissimo attore. Come si fa?
Ti intimidisce. Io avevo bisogno di un italiano, di un amico che
accettasse con umiltà di essere come un’ombra rispettosa, che non
venisse fuori in modo eccessivo. Così ho preso Mastroianni, lo conoscevo
già, ed è stato bravissimo: così allusivo, discreto, simpatico,
antipatico, tenero, prepotente. C’è e non c’è. Perfetto».
Già, lei si affeziona agli attori che adopra. E Giulietta? L’ha persa per la strada, Giulietta?
«Ho un paio di film in testa: che derivano da Otto e mezzo come
la pera dal pero. Nel prossimo c’è anche Giulietta. Giulietta per me è
un personaggio evocatore di un mondo che non si è scolorito o
intiepidito: riprenderò quel personaggio con nuova voglia, nuova
fantasia. Girerò questi due film in Italia... In America continuano a
rivolgermi inviti, a offrirmi somme da capogiro, ma perché dovrei andare
fuori?
federico fellini 10
Non
ho bisogno di stimoli esteriori: il mio paese, le mie campagne, la
gente che conosco è ancora sufficiente a stimolarmi, che ci vo a fare a
New York o a Bangkok. Sono un pessimo viaggiatore, quando viaggio tutto
diventa un caleidoscopio di colori e di suoni, non capisco nulla, torno
sempre con un dettaglio inutile o straziante. E poi come ci si può
abbandonare a un viaggio se devi dare notizie a chi è rimasto, e infine
devi tornare indietro? Forse mi piacerebbe andare in Egitto, in India:
ma ci penso stando seduto. Il mio posto è in questa Italia cattolica».
federico fellini da bambimo
Sì,
in fondo lei è un inguaribile cattolico: o, almeno, assai più legato al
cattolicesimo di quanto si creda. Lo si capisce bene anche da questo
film su cui le autorità ecclesiastiche non han trovato a ridire.
«Ma
tu conosci qualche italiano che sia completamente laico?! Io no. Ma
come è possibile? Ce l’abbiamo nel sangue, il cattolicesimo, da secoli.
Quanti? Il tentativo di liberarsene è un tentativo necessario,
nobilissimo, che tutti dobbiamo fare: ma dimostra che l’ammaccatura
esiste, evidente. Se non esistesse l’oggetto della rivolta, perché
dovremmo ribellarci? Guido è una vittima di un cattolicesimo medievale
che tende a umiliare l’uomo anziché restituirlo alla sua grandezza
divina, alla sua dignità: quel cattolicesimo che ha riempito manicomi e
ospedali e cimiteri di suicidi, che ha mostruosamente partorito una
umanità infelice, separato lo spirito dal corpo che invece sono una cosa
sola. Insomma quel cattolicesimo degenerato che questo Papa combatte in
maniera così eroica e stupenda. Ti è piaciuto l’episodio del bambino e
di Saraghina?».
federico fellini 11
È
indiscutibilmente il più bello del film. La punizione del bambino,
soprattutto. Quei preti gelidi, senza pietà. M’è sembrato di rivedere
certi disegni del Goya: l’Inquisizione, la strega martoriata... Tanto
più patetico in quanto la strega, qui, era un bambino. Era lei quel
bambino?
«In
un collegio a quel modo non ci sono mai stato, un’estate però sono stato
in un convento di salesiani ed era press’a poco così. Sai, questa
educazione basata sulla mortificazione del corpo, le bacchettate sui
geloni, che male, l’esser costretto a inginocchiarsi sul granoturco, che
male, e quel sentirsi continuamente giudicati da Dio... Tu credi
d’essere solo, ti ripetono, ma Dio ti vede, ti vede sempre. Sai, queste
in un bambino sono vere ferite e se ne guarisce a fatica. No, non riesco
a scindere dalla mia vita il ricordo delle chiese, delle monache, dei
preti, le voci dal pulpito, le voci dal confessionale, i funerali... Ma
quale italiano può fare a meno di questo paesaggio, di questa
coreografia?»
Eppure, malgrado questa educazione spietata, terrorizzante, lei riesce ancora a pregare. Vero?
federico fellini 9
«Certamente.
Ché tu non preghi? La preghiera è un colloquio con se stessi, con la
tua parte più segreta, più genuina, più misteriosa, e quando ti rivolgi a
quella c’è sempre il caso che venga fuori qualcosa di buono perché
chiedi aiuto a ciò che v’è di più prezioso in te, di più vergine...
Oddio, piantiamola: dette così certe cose diventano ridicole. Io volevo
dire soltanto che non capisco come una non possa pregare, non essere
affascinata dal mistero, è così stupido chiudere gli occhi al mistero,
così disumano, un atteggiamento da bestie. Il mistero di tutto... il
silenzio che ti circonda e diventa chiarore... Oria’! Ma che mi fai
dire?!»
Io nulla: è lei che parla. E sa
chi mi ricorda quando parla così? Ingmar Bergman. Straordinario quanto
vi sia in comune tra lei e Bergman: lei così romagnolo, Bergman così
nordico, lei così sanguigno, Bergman così ascetico. A parte i
vostri film, che mi sembra abbiano molti punti in contatto, anche lui
non riesce a far niente fuori del proprio paese, anche lui è un
peccatore ossessionato dal peccato...
federico fellini bacia anita ekberg
«Bergman, sì: di lui ho visto anche un film, Il volto. Mi è piaciuto moltissimo. Bergman è il più grande autore cinematografico che esista oggi».
Dopo Fellini? Prima di Fellini? O contemporaneamente a Fellini?
«Mascalzona,
che ne so? Come faccio a dirlo? Per me è un fratello. Egli è ciò che
deve essere un uomo che parla agli altri: la tonaca del profeta, e in
testa il cilindro coi lustrini del pagliaccio. Ecco: Bergman ha tutti e
due: la tonaca e i lustrini».
E Federico Fellini?
«Mah! Forse io ho meno tonaca e più lustrini».
Interessante:
quando intervistai Bergman, anche lui mi parlò a lungo di lei. Voleva
sapere un mucchio di cose: come viveva e come parlava...
il casanova di federico fellini
«E
tu, le solite balle: chissà che gli hai detto. Le mie bugie mischiate
alle tue... Oddio! Mi piacerebbe conoscerlo, Bergman. Fino ad oggi ci
siamo scritti soltanto. C’è un produttore simpatico e irresponsabile che
voleva fare un film a episodi con me, Bergman e Kurosawa: quello
straordinario regista di I sette samurai. Mi pregò di scrivere a
Bergman al quale del resto avevo sempre mandato saluti attraverso
giornalisti svedesi. Così gli scrissi caro Bergman, ti ammiro tanto e ti
voglio bene come ad un fratellino, c’è questo produttore che vuol fare
questa cosa, secondo me è un progetto un po’ avventato ma proprio perché
pazzo vale la pena di tentare. Bergman mi rispose una bellissima
lettera dove diceva che avrebbe fatto questa cosa con gioia e infatti
non s’è fatto ancora nulla».
Un’altra
caratteristica di Bergman è che se ne frega completamente di ciò che
scrivono i critici su di lui: ma in questo non vi assomigliate. So che
lei ci bada parecchio a certe critiche con le parole difficili che
finiscono in ismi, asmi, e parlano di dialettica, etica, estetica...
Qualcosa del genere: legga un po’ questo articolo.
«Ma
che dice questo qui? Ma che vuole? Non ha mai capito i miei film
nonostante gli piacciano: ne sono sicuro. E a dirtela chiara mi dispiace
che gli piacciano. Io ho un vocabolario scarso, dinanzi a queste parole
resto sconfortato. Del resto il cinema, tranne cinque o sei confortanti
eccezioni, ha la critica che si merita: è un’arte giovane, sgangherata.
Tutti fanno la critica in senso libresco, mai umanisticamente, ma che
me ne importa? Io non sono uno di quelli che corrono all’edicola per
sapere cosa ha scritto il critico Tale; a proposito, cosa ha scritto
Marotta di Otto e mezzo? Io leggo volentieri quelli che parlano
bene di me. So bene che anche la critica negativa può essere
costruttiva, ma la sola che capisco è quella materna, fatta di bacetti,
di carezze, di paroline lusinghiere...»
federico fellini giulietta masina
Infatti,
nel film, quel rompiscatole che non le dà i bacetti finisce impiccato.
Quante volte ha sognato di impiccare chi non le dice che è bravo, signor
Fellini?
«Tante volte. La critica espressa così è per me pericolosissima perché uccide la spontaneità».
Io
mi chiedo cosa avrebbe potuto fare lei se il cinema non fosse esistito,
insomma se fosse nato quando il cinema non esisteva. Il confine tra
fantasia e realtà è così labile in lei...
Mastroianni Fellini
«Cosa
avrei potuto fare? Non lo so davvero. Scrivere, no. Scrivere è una
disciplina ascetica, lo scrittore deve essere circondato di solitudine,
di silenzio: a ciò non potrei abituarmi. Di sicuro mi sarei dedicato a
qualcosa che avesse avuto a che fare con lo spettacolo o avrei tentato
di inventare il cinematografo. Il cinema mi piace perché col cinema ti
esprimi mentre vivi, racconti il viaggio mentre lo fai. Sono
fortunatissimo, anche in questo: sono stato portato per mano a scegliere
un mestiere che è l’unico mestiere per me, l’unico che mi permetta di
realizzarmi nella forma più gioiosa, più immediata...»
Gustavo Adolfo Rol e Federico Fellini
Certo
non lo vedo un Fellini nascosto, pensatore solitario. Noi dei giornali
abbiamo inventato la divinizzazione dei registi: ma a pochi tale
divinizzazione si addice quanto a lei. Lei ha sempre bisogno di un
palcoscenico che la illumini, di un’orchestra che le suoni una marcetta.
«Può
anche darsi che esista questa componente di vanità: d’altra parte lo
spettacolo si fa coi riflettori accesi. Però ti dirò che sono assai
timido. Sì, lo sono anche se non ci credi e sghignazzi, proprio timido. E
ne sono contento perché non credo che possa esistere un artista senza
la timidezza, la timidezza è una sorgente di ricchezza straordinaria: un
artista è fatto di complessi».
E quell’altra ricchezza? Quella terrestre, volgare, fatta di un delizioso conto in banca? Lei è ricco, ormai.
«No, e poi no, e poi un’altra volta no. Tesorino mio, ma quante volte devo ripeterti che il produttore della Dolce vita non
sono io? Sai, a me importa poco dei soldi. Mi servono, ecco tutto. Che
me ne faccio di una villa con la piscina? L’importante è non aver
debiti».
Senta, signor Fellini: il
cardinale del film dice una agghiacciante realtà. «Nessuno viene al
mondo per essere felice». Lei è felice? È almeno soddisfatto?
fellini
«Felice?
Mah!... Sì... Sto volentieri al mondo, sto volentieri con gli altri. Mi
interessa quel che mi succede, lavoro volentieri: tanto più che il mio
non mi sembra neanche un lavoro. Soddisfatto... Mah! Spero di non essere
mai completamente soddisfatto: perché allora sarebbe la fine. M’è
andata benissimo, certo. Ma è andata come doveva andare».
Vuol
dire che le sembra giusto avere avuto il successo che ha avuto? Vuol
dire che non ha alcun dubbio sulla legittimità di questo successo? Vuol
dire che non giudica con nessuna modestia il fatto d’essere esaltato
come «il fenomeno cinematografico più importante del nostro tempo»? Che
insomma trova sacrosanto il trionfo della Dolce vita, questa
venerazione da Greta Garbo che la circonda, il particolare che basti un
annuncio sul giornale perché orde di pazzi le vengano a offrire pei suoi
film nonne moribonde, zie paralitiche, mogli virtuose?
piero tosi federico fellini
«Come
faccio io a dire fino a che punto questo è giusto o ingiusto? I dubbi
ce li ho durante il lavoro e sono i dubbi di uno che crea, che inventa.
Dopo, quando il film è finito, non riesco ad oggettivarmi, a tenere un
atteggiamento distaccato. Sarebbe come se tu mi invitassi a parlare
della mia vita, di un amore, di una avventura, di un viaggio. Come la
giudico? Mah! Non giudico, dico che mi era necessario. Tutto ciò che ci è
capitato di bene e di male era necessario. La dolce vita è un
film che ho fatto tanti anni fa: mi è stato più faticoso liberarmene
perché era una specie di mostro, che continuava a crescere. Se il suo
successo è giustificato non lo so: evidentemente il film aveva una
carica che giustificava tale emozione. Quanto alle nonne moribonde, alle
zie paralitiche che mi offrono pei film... Io sono un romantico: mi
piace vedere la vita sempre in chiave di fantasia. Potrei dunque dire
che il cinema è una sirena dalla seduzione infinita e per questo gli
regalano le nonne moribonde. Invece mi piace pensare che la gente me le
porta per aiutarmi a fare un film. Toh! Piglia».
valentina cortese, federico fellini e giulietta masina
Che
sublime diplomatico. Che celestiale mistificatore. Questa non è
risposta. Recentemente, se ben ricordo, noi due abbiamo avuto un
violento scontro telefonico: in seguito al quale le risponderò sempre
col lei. E in quell’occasione sì che mi ha dato una risposta. Io le ho
ricordato che i giornalisti l’hanno sempre trattata con stima ed affetto
e lei ha replicato che i giornalisti l’avevano sempre trattata come si
merita perché lei è Federico Fellini ed un grande artista.
«Disgraziata. Screanzata. Ballista. Maleducata».
Maestro,
queste parolacce bisognerà toglierle dai testi scolastici quando i
bambini delle elementari studieranno la vita di Giuseppe Verdi. Pardon,
di Federico Fellini.
Flaiano Fellini Ekberg 1960
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